Franco Causio, uno dei più grandi interpreti di un ruolo inventato dal calcio italiano, quello del tornante, nasce a Lecce il 1° febbraio 1949. Causio ha avuto il merito di fare del calcio e del suo ruolo di ala, un arte un modo di esprimersi; irresistibile con la palla al piede, è riuscito ad inventare uno stile di gioco, che in molti hanno cercato di copiare, che è rimasto impresso nella mente di molti tifosi. Il suo miglior periodo è senza dubbio legato alla Juventus degli anni settanta e alla nazionale di Enzo Bearzot.
Il suo esordio avviene nella stagione 1964/65 nella squadra della sua città, il Lecce, che in quell’anno militava in serie C. L’anno successivo passa alla Sambenedettese sempre in serie C. Nel 1966 approda nella Juventus di Heriberto Herrera che lo fa esordire in serie A, appena diciannovenne, contro il Mantova, il 21 gennaio 1968: «Avevo solo diciassette anni, e non posso negare che l’impatto fu molto duro. Io ero un ragazzo del Sud e la Torino di fine anni sessanta era una città difficile. Vivevamo nel pensionato di via Susa e non è, francamente, un bel ricordo. Ci rimasi, comunque, solo un anno, perché, dopo aver esordito nella Juventus, andai a Reggio Calabria».
Successivamente, viene mandato al Palermo, per consentirgli di fare esperienza e maturare. Nella squadra rosanero, che militava in serie A, il giovane Causio si fa conoscere a livello nazionale: «Avevo vent'anni quando sono arrivato a Palermo. Ero di proprietà della Juventus, che mi aveva mandato la stagione precedente alla Reggina in B. L’impatto con la città è stato bello, ho ancora tanti amici e per me è stato importante l’incontro con Di Bella. Era una persona eccezionale. Mi ha insegnato a giocare per la squadra. “Ricordati”, mi diceva, “non bisogna giocare per te stesso, ma per gli altri: sei bravissimo e se lo capirai, diventerai un grande”. E mi ha anche insegnato come è la vita, che non è soltanto quella che si vive su un campo di calcio».
Ritornato a Torino nel 1970, Franco Causio, non trova ancora un posto da titolare, ma in quella stagione riesce comunque a farsi notare segnando sei reti. Il giorno del raduno, è il 24 luglio 1970. Causio è lì, capelli abbondanti, occhiate basse quasi torve: «Sono venuto per giocare. A Palermo ero titolare, la stessa cosa sarà nella Juventus. Sono il più forte».
Ma è nella stagione successiva che, sotto la guida di Vycpalek, Causio trova lo spazio che merita giocando undici campionati con la maglia bianconera e vincendo sei scudetti, una Coppa Italia ed una Coppa Uefa: «L’inizio non fu dei più semplici, perché non credevano molto in me e, se sono rimasto alla Juventus, devo ringraziare Armando Picchi. Fu lui a farmi giocare dieci minuti contro il Milan cosi che, in base al regolamento, non potevo più essere ceduto. Il mio, insomma, è stato un successo fortemente cercato, voluto».
Professionista esemplare e molto attaccato al proprio lavoro, lo testimonia la carriera lunghissima, ha a lungo convissuto con il luogo comune, falsissimo come tutte le frasi fatte, di genio e sregolatezza. Viceversa, è sempre stato un serio lavoratore (anche in allenamento) anche se, è inutile negarlo, ha sempre cercato la giocata vincente, il guizzo per decidere l’incontro rifiutando, quasi sdegnoso, il passaggino banale, il tocco laterale per nascondersi. «Alla Juventus c’erano regole ferree: in campo non si gesticolava, non si protestava con gli arbitri. E se sbagliavi, Boniperti ti toccava nel portafoglio. Non teneva affatto dei voti riportati dai giornali. Il lunedì ti incontrava e ti diceva: “Ti hanno dato sette, ma per me ha giocato da cinque”».
Nella stagione 1983/84 passa all’Udinese, l’anno seguente all’Inter poi una parentesi al Lecce e nella Triestina dove chiude la carriera a trentanove anni suonati dopo 460 presenze in A (66 goal), 94 in B (10 goal) e 16 in C. «La Juventus pensava al futuro che non poteva più essere di Causio, ma di Marocchino, di Fanna che scalpitavano tra i rincalzi. Peccato, perché ad Udine ritrovai l’estro delle annate migliori e perché ero tutt’altro che sul viale del tramonto, tanto è vero che giocai ancora otto anni! Mi dispiace, perché fossi rimasto anche solo un anno, avrei giocato anch’io nella Juventus dei Platini e dei Boniek».
Impossibile sfuggire all’Avvocato Agnelli: «Ci sono state le telefonate alle sei del mattino, gli arrivi in elicottero a Villar Perosa. Ed invitava Boniperti a farmi tagliare i capelli ed Giampiero rispondeva: “Lo lasci stare”. L’Avvocato sapeva veramente tutto, lo avevo soprannominato l’Enciclopedia. Una sera mi ha invitato a cena a casa sua, aveva una cineteca immensa. Abbiamo visto “Il profeta del goal”, il film realizzato da Sandro Ciotti, un altro grande, su Cruijff. E, dell’olandese, Agnelli sapeva tutto».
A Torino gli danno due soprannomi: Brazil e Barone. «Vladimiro Caminiti, impareggiabile giornalista palermitano di “Tuttosport”, mi chiamava Brazil. “Tu sei brasiliano”, mi diceva” ed io un po’ brasiliano mi sento, perché ho sposato una brasiliana, vado spesso in Brasile”. Fu invece Fulvio Cinti de “La Stampa” a soprannominarmi Barone, perché mi piaceva stare in giacca e cravatta e per il mio modo di muovermi in campo».
Causio esordisce in Nazionale il 29 aprile 1972, a Milano, in Italia - Belgio 0-0, ma il vero esordio era due mesi dopo, il 17 maggio a Bucarest, Romania-Italia. Zoff; Spinosi e Marchetti; Agroppi, Rosato e Burgnich; Causio, Mazzola, Boninsegna, Capello e Prati. Finisce 3-3 e Causio segna il goal di un illusorio 3-2. Con la casacca azzurra disputa 63 incontri e realizza 6 goal.
Partecipa al Mondiale del 1974 giocando poco, ma in seguito con Bernardini prima e Bearzot poi diventa per molti anni padrone assoluto della maglia azzurra numero 7. Gioca in maniera ottima il mondiale Argentino del 1978 in cui segna anche un goal nella finalina contro il Brasile. Entra a far parte, a dieci anni dal debutto in Nazionale, all’età di trentatre anni, anche della rosa che conquistò il Mundial 1982. Chiude la carriera in azzurro il 12 febbraio 1983, dopo undici anni di servizio, in Cipro-Italia 1-1.
«La Nazionale che uscì al primo turno in Germania, nel 1974, era forte. Solo che si parlava troppo, riunioni su riunioni, del dualismo Mazzola-Rivera. In quell’occasione ho apprezzato Gianni Rivera soprattutto come uomo. In Argentina, nel 1978, abbiamo giocato il calcio più bello di tutto il Mondiale. Non siamo andati in finale perché, contro l’Olanda, eravamo convinti di aver già vinto dopo aver chiuso 1-0 il primo tempo. Bearzot mi sostituì con Sala per farmi riposare in vista della finale. Invece, gli olandesi fecero due goal ed addio finale. A Bearzot voglio un bene dell’anima e gliene avrei voluto anche se non mi avesse portato con la Nazionale in Spagna nel 1982. Conosco il grande Vecio, come lo chiamo con affetto, da quando avevo sedici anni. Lui era allenatore in seconda del Torino ed io feci un provino con i granata. Poi le Nazionali dall’Under 20 a quella maggiore».
C’è un ricordo che Causio si porterà sempre: lo scopone con Pertini sull’aereo che riportava a casa l’Italia Campione del Mondo del 1982. «Indelebile. Io ero in coppia con Bearzot, il presidente con Zoff. Io feci una furbata: calai il 7, pur avendone uno solo. Pertini lo lasciò passare e Bearzot prese il “settebello”. Abbiamo vinto così quella partita».
C’è tutto il repertorio di Causio: il 7, la finta, l’avversario disorientato. Ma stavolta non era un terzino, era il Presidente della Repubblica. Che si arrabbiò moltissimo.
DI VLADIMIRO CAMINITI:
Da Costantino a Causio si dirama tutta la verità che spiriti gretti non hanno saputo leggere. Causio inizia la sua favola a San Benedetto, su un campo verde sfiorato dal mare, tra gli schiamazzi di una splendida gioventù. Alla Juventus lo ha segnalato uno dei massimi crani tecnici di sempre, l’imperturbabile segreto dolcissimo Viri Rosetta. La Juventus Io ingaggia e lo manda a farsi le ossa a Reggio Calabria e Palermo.
Quando rientra dal prestito ai rosanero, nel luglio 1970, Causio sa già il suo futuro. Imbatte nel vostro scrivagante, nell’antistadio, il giorno del raduno e della partenza per Villar Perosa, e gli fa: «Scrivilo, io sono il più forte, non posso che giocare titolare». Naturale che lo scrivo, e nemmeno rido sotto i baffi, perché di fatto alla Favorita Causio aveva sfavillato in quel campionato di A 1969/70 e tutti (Boniperti in testa) scommettono sul suo talento.
Nel campionato 1970/71, Causio entra in conflitto con il povero sventurato Picchi. Del resto, con chi non conflittuerà il nostro leccese gradasso? Giocherà 20 partite, andando a segno 5 volte; a tratti, a sprazzi, il suo talento sarà evidenziato in una squadra che si sta rifacendo un’ossatura ed un avvenire.
L’avvenire della Juve “bonipertiana”, l’avvenire di Causio. Una volta, Boniperti dichiarerà che per essere grande, grandissimo, a Causio è mancata la precipua dote dello stoccatore. Ha insomma girato troppo al largo da quella che Heriberto nel suo italiota definì una volta “bocca del lupo”. Nel calcio, parabola della vita, tot capita tot sententia, ma attenzione, il giudizio di Boniperti è importante. Io prescindo da questo giudizio dell’amico Giampiero, e continuo a ritenere Causio il grande grandissimo stornellatore che è stato, e sufficienti tutti i goal che ha segnato.
Causio è stato soprattutto un’ala. Un’ala con molto di più di Muccinelli, ma anche di Biavati, di Claudio Sala, di Costantino. Un’ala antica e nuova, capace di far tutto. Un’ala, dopo gli anni formativi e degli sprechi esosi di immagini, dal talento lucidato a nuovo, dallo scatto progressivo e la finta irresistibile, come il cross di acutissima percezione. Quanti goal di Bettega si debbono al cross spaziante, smarcante di Causio? Io l’ho soprannominato Brazil. Nella solita opera informativa leggo che l’avrebbero fatto i tifosi della Filadelfia. Per quelli resta il Barone, peraltro apposizione geniale. Il barone del calcio, ma un barone arricchito dai piedi. I piedi fastosi, barocchi di Causio.
La sua scelta del tempo, la sua capacità di rovesciare tutto il fronte del gioco con una genialità tattica unica, la sua sensibilità di uomo portato alle cose belle (ed alle donne belle), tutto me lo farà prediligere. Il fondo del carattere ingenuo e generoso, da vero pugliese. Non importa se dovunque vada, i camerieri degli alberghi lo descrivono come superbo ed intrattabile. Causio ha qualche complesso freudiano, una ritrosia personale che lo rende difficile, ma a saperlo capire ci si guadagna. È l’operazione che fa Trapattoni, quando giovane allenatore subentra alla Juventus e lo trova asso già affermato. Parola non riusciva a domarlo.
Occorre tanta fermezza con Causio. Anche e specialmente perché la domenica renda come può e sa. L’ago della bussola juventina spesso è lui. Furino riconosce in questo leccese gradasso l’unico giocatore capace di fare la differenza, me lo dice più volte; nemmeno con Zoff e Bettega sarà così ricco di riconoscimenti. E Furino è l’anima plebea, il cuore nobile della squadra.
Il miglior Causio lo vedo in azione in Argentina. Finché i miei occhi non si chiuderanno, avrò ricordi consolatori per le rughe e le stanchezze; Verdi, Bellini, Vivaldi, Beethoven, Mozart; i miei classici: Tolstoj, Čechov, Maupassant, Balzac, Verga; i miei campioni, Causio tra questi. Ognuno di noi si porta addosso un carico di mestizie personali, a me ne sono toccate tante. Appena apro gli occhi, ogni giorno. Il calcio mi consola e mi rallieta.
L’Argentina è tantissime cose: i lustrascarpe dalle rughe viziose, con la camicia di seta, seduti davanti ai negozi di lusso delle avenidas, le strade sbattute da una pioggia impietosa che da un momento all’altro restituisce i cieli salotti dell’azzurro; una città giovane come Mar del Plata, od una metropoli infinita come Buenos Aires. L’Argentina è tantissime cose. Le cose degli emigranti, queste bandiere che nello stadio dal prato appena sbocciato col suo verde tenero, essi stringono sgolandosi con le lacrime agli occhi. Io ho conosciuto più Italia in Argentina nel 1978, di quanta non ne avessi conosciuta da adulto nel Paese della partitocrazia. L’Italia della nostalgia assiste Causio nei suoi assoli stupendi, nelle sue fantasie inimitabili.
L’Italia finisce quarta, ma lui ha saputo raccontare agli emigrati la patria lontana meglio del più squisito musicista o del più geniale romanziere. Quando un calciatore diventa messaggero di civiltà!
Al termine della stagione 1980/81, che è stata ancora scudettata, Causio arriva logoro di gloria, ma anche di polemiche. C’è l’astro contingente Domenico Marocchino e con Trap l’intesa non è più perfetta. È finito in panchina proprio lui, l’eccelso fantasista. Nel destino delle cose umane, è di nascere e di tramontare. Per molti, forse anche per il Trap, Causio ha chiuso il suo ciclo, è finito come campione. E così è ceduto all’Udinese.
Qualcuno, anche il mio bravissimo Trap, ha visto male. Marocchino non manterrà certe promesse, Causio giocherà tre campionati splendidi nell’Udinese, prima di iniziare un’altra carriera all’Inter, a Lecce, a Trieste. Soltanto un’ala? Il ruolo di ala ammodernatosi nei tempi del calcio della tivù e delle strategie applicate; un grande, un grandissimo artista.
DA “HURRÀ JUVENTUS” DEL GENNAIO 2012:
Franco Causio, il Barone. Prodotto nobile del Salento, una terra fertile di talenti. Ha poco più di sedici anni quando Luciano Moggi, che lavora per il settore giovanile bianconero, lo adocchia durante un provino. La leggenda narra che trascorsi i primi dieci minuti di partitella, il giovanissimo Causio, dopo l’ennesima giocata brasiliana, fu invitato a fare la doccia. Si racconta che il ragazzo, caratterino pepato, non la prese bene, pensando ad una bocciatura. Tutt’altro. L’uscita anticipata era per togliere il gioiello dalla vista di altri occhi.
Parte l’avventura torinese. È il 1966, Causio si allena quasi sempre con la Prima Squadra, divide la camera con Tino Castano, il capitano. Heriberto Herrera lo scruta, ma non lo ritiene ancora pronto per il debutto. Intanto la Juventus vince lo scudetto e l’anno seguente c’è anche la Coppa dei Campioni. Causio, classe 1949, attende con pazienza e umiltà l’occasione. Che arriva, all’improvviso, il 21 gennaio 1968.
Ricorda bene quel momento? «Eravamo in ritiro a Mantova, domenica mattina. Stavo bevendo un caffè, quando arriva Saroglia, il massaggiatore, che mi dice di salire su in camera dal Mister, senza aggiungere altro».
Lei immaginava il motivo di quella chiamata? «No. Corsi subito da lui e bussai alla porta. “Entra ragasso”, mi disse. La camera era in penombra, le finestre socchiuse. Vidi solo la sagoma di Heriberto».
Scena tenebrosa, preoccupato? «Un po’ di fifa ce l’avevo. Heriberto era un tipo tosto, molto severo. Durante le riunioni si doveva alzare la mano per parlare. Avevamo timore di lui. Era un bravissimo preparatore atletico, ma peccava dal punto di vista della comunicazione e questo non gli ha consentito di farsi capire dai giocatori. In certe occasioni ci voleva il semaforo in campo».
Ma è vero che aveva la fissa per la bilancia? «Era attentissimo all’alimentazione. Ci pesava tutti i giorni, prima e dopo l’allenamento. E se non avevi perso qualcosa, ti multava. Il povero Erminio Favalli era quello più tartassato».
Torniamo a quella domenica mattina: «Entrai nella stanza e gli dissi che ero lì perché me Io aveva detto il massaggiatore. E lui, senza scomporsi e con il solito intercalare spagnoleggiante, mi fa: “Luis (Del Sol, ndr) è indisponibile, tocca a lei. Oggi penso che sia il suo momento”. Andò così».
E lei? «Ricordo che balbettai qualcosa, tipo: che significa? E lui: “Se la sente oggi?”. Come no, risposi. “La fascia destra, me la deve consumare”, aggiunse».
A quel punto il messaggio era chiaro. «Chiarissimo. Tornai giù nella hall e feci festa con i compagni».
Cosa le è rimasto di quella prima volta? «La riunione tecnica prima della gara e c’ero anch’io, perché a quei tempi le riserve non partecipavano alla preparazione della partita. Poi ricordo la maglia, anzi la camiciona, con lo scudetto sul petto. Avevo il numero 8, ma in realtà giocai all’ala destra. Fed una buona gara, anche se la partita finì 0-0. In campo mi aiutarono tutti, in particolar modo Cinesinho. Il Cina che purtroppo oggi non c’è più, è stato un grande maestro per me».
C’è qualcun altro oltre a Cinesinho che le ha fatto da fratello maggiore? «Tutti, da Bercellino a Salvadore, da Del Sol a Tino Castano. Lui mi ha insegnato cosa vuol dire giocare per la Juventus, lo stile e l’educazione, non solo in campo, ma soprattutto fuori. E poi Haller, un fuoriclasse: con i piedi giocava a flipper. Da lui ho imparato qualche utile trucchetto».
Dopo quell’esordio, però, lei va via e torna dopo due stagioni. Perché? «Perché dovevo crescere e maturare. È stato giusto così. E poi mica sono finito in Quarta Serie! Ho fatto un anno in B con la Reggina e quello dopo in A con il Palermo. Mi ricordo che quando affrontai la Juve, feci impazzire Cuccureddu. Alla fine della partita mi si avvicinò Boniperti e mi disse: “Non ti scordare che sei uno dei nostri”».
Estate 1970, Juventus giovanissima e con Picchi come allenatore. Tra i nuovi c’è anche lei: «Ero contento di essere stato richiamato, ma spazi erano pochi. C’erano Haller, Novellini, Savoldi, Capello. lo all’inizio ho fatto un po’ di fatica».
Ma è vero dee stava per essere ceduto ad ottobre? «Si vociferava. Per fortuna intervenne Armando Picchi, altra persona eccezionali. Mi fece entra partita in corso contro il Milan, alla quarta giornata di fatto togliendomi dal mercato. Il Mister mi voleva bene. Diceva sempre, a chi scendeva in campo, che gli rodeva lasciar fuori me. Io ho tenuto duro metà stagione sono diventato titolare».
Qual è stata la partita della svolta della sua carriera? «Juventus-Inter del 23 aprile 1972. Realizzai tu tre i goal della vittoria e fui convocato in Nazionale. Un sogno per me, indossare la maglia di Domenghini, uno dei miei idoli».
Con la Juventus ha vinto molto, a quale titolo è più affezionato? «In fila metto: il primo scudetto nel 1972, poi Coppa Uefa tutta italiana nel 1977 e la Coppa Italia nel 1979 che vincemmo grazie a due goal di due del Salento: Brio ed il sottoscritto».
E del terzo pugliese che mi dice? «Dico che Conte mi ha stupito per la sua intelligenza. Ha rispetto per tutti e sa farsi rispettare. Tatticamente poi, mi piace, ma è soprattutto la sua filosofia convince: in casa e fuori gioca allo stesso modo. In più ha portato juventinità. Cosa che non guasta».
Lei lo sa bene. «La maglia della Juve pesa, ma è un onore portarla. Io, quando l’ho dovuta togliere, ho sofferto tantissimo. Avevo il cuore spezzato».
Che ricordi ha dell’Avvocato che è scomparso proprio nove anni fa? «Per me stravedeva, come per tutti i giocatori di talento. Aveva sempre la battuta pronta. Una sera invitò me, Altafini ed Haller a casa sua. Dopo cena ci portò nella sua videoteca. “Vi vorrei far vedere giocatore che forse non conoscete”. Era Cruijff. Alla fine ecco la battuta “Scarso, eh?”».

4 commenti:
causio per la mia generazione (67')ha rappresentato il gioco del calcio. molti di noi ci avvicinammo al calcio grazie a lui ai bettega ai zoff che personaggi e che campioni, ci hanno accompagnato fino all'età adoloscenziale facendoci vivere bellissimi momenti di calcio, di sport vero.credo che la mia generazione ,appassionata di calcio debba applaudire questi grandi eterni personaggi......grazie barone.raf 67
mi chiamo christian ho 9 anni mio padre mi racconta che aveva la mia stessa eta quando giocavi nella juve e faceva la raccolta di figurine panini mi a detto che facevi certi dribbling che facevi girare la testa agli aversari
VIVA IL BARONE FRANCO CAUSIO CHRISTIAN DA TARANTO
ho 44 anni, sono cresciuto juventino ammirando le gesta della grande Signora di Zoff, di Furino, di Tardelli, di Bettega e soprattutto di Causio. Da quando gli hanno fatto un favore spedendolo a "svernare" a Udine ho cambiato bandiera ma non colori. Ora a distanza di tanti anni con una Udinese che viaggia a mille non posso fare altro che ringraziare l'ottusità dell'allora dirigenza juventina per aver permesso che un grande campione rendesse grande l'Udinese di allora per il futuro che si è materializzato nella squadra che gioca il più bel calcio italiano da molti anni. Grazie Juve e grazie Causio!!!
Franco Causio fu uno dei più grandi giocatori di un ruolo inventato nel calcio italiano: quello di ala tornate. In lui rivive il fasto barocco della città di Lecce donde proviene giacché dribbla con una fantasia carioca la quale induce la cronaca giornalistica a coniare la dicitura di Causio Brazil. Il talento lo porta alle cose belle però sempre a completare la manovra della squadra nel capovolgere improvvisamente il fronte di gioco trapattoniano allungando al bacio per lo spettacolare impatto aereo di Bettega dopo scatti e finte irresistibili. Lo chiamano anche il Barone poiché elegante nel vestire ma egualmente impeccabile nei tocchi di quel piede fastoso e vellutato.
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